giovedì 28 febbraio 2013

Pioggia di meteoriti in Russia, sarebbe potuta arrivare anche in italia


Il professor Giuseppe Longo, dell’università di Bologna, ha studiato la traiettoria del corpo di Chelyabinsk disintegratosi sopra gli Urali. “Con leggerissime variazioni, sarebbe caduto dritto su Roma”. E rivela che gli sciami di meteore erano due: le tracce luminose rilevate dall’osservatorio di San Giovanni in Persiceto di ALESSIA MANFREDI

LO sciame di meteoriti caduto sulla regione di Chelyabinsk, alle pendici degli Urali orientali, il 15 febbraio ha provocato 1.200 feriti e danni per 22 milioni di euro. E se invece di finire sulla Russia fosse arrivato vicino, molto vicino a noi? L’ipotesi non è così remota: se la traiettoria fosse stata leggermente più elevata o se fosse arrivato qualche ora dopo, avrebbe rischiato di bucare l’atmosfera proprio sopra Roma.

“L’Italia non ha corso alcun rischio”, si affretta a chiarire il professor Giuseppe Longo, del dipartimento di Fisica dell’Università di Bologna. Ma studiando attentamente la traiettoria del corpo di Chelyabinsk, come ha fatto l’esperto, che da decenni si occupa di asteroidi, si vede una bella linea rossa che dagli Urali porta dritta a Roma.

L’impatto in Russia è stato devastante, ma rimangono ancora molte cose da chiarire. “Abbiamo analizzato con attenzione la traiettoria

del meteoroide in base alle immagini scattate dal satellite Meteosat 10″, racconta il professore. “Sarebbe bastata una leggerissima maggiore elevazione o un passaggio ritardato di un paio d’ore per dare un nome diverso alla storia: invece di Chelyabinsk quello sarebbe potuto diventare il meteoroide di Roma”.

Non solo: gli sciami di meteoriti erano due, rivela il professore. Nel momento in cui il corpo cosmico si è disintegrato sopra gli Urali una parte è caduta sopra Chelyabinsk. Ma se n’è staccata anche un’altra che si è riflessa verso l’alto, ed ha dato origine a fenomeni luminosi captati dall’osservatorio astronomico di San Giovanni in Persiceto, che, proprio in corrispondenza dell’evento russo, alla stessa ora – le tre e venti del mattino in Italia – ha registrato un picco di meteore sfrecciate sopra l’Europa.

“C’è stato un balzo proprio in corrispondenza di quello che è successo a Chelyabinsk”, spiega il dottor Romano Serra, del dipartimento di Fisica di Bologna, animatore del museo del cielo e della Terra di S. Giovanni in Persiceto. “La pioggia luminosa che abbiamo osservato è sicuramente collegata all’evento russo”, aggiunge: “in questo periodo dell’anno, infatti, non ci sono altri fenomeni ricorrenti che possano giustificare un tale sciame”.

Riguardo al frammento caduto sugli Urali, Pavel Spurny e collaboratori dell’Astronomical Institute of the Academy of Sciences, di Ondrejov, nella Repubblica Ceca ne hanno appena calcolato la traiettoria finale per un tratto di 254 km. Hanno trovato che da un’altezza di 92 km fino a 26 km l’oggetto si muoveva con una velocità di 17 km/s, a 21 km la velocità era scesa a 12 km/s e alla fine della registrazione, 15 km di altezza, la velocità era di 4,3 km/s, con un’inclinazione di 16.5 gradi rispetto all’orizzonte.

L’oggetto, relativamente fragile, ha cominciato a frammentarsi a un’altezza di 32 km. L’onda d’urto che ha causato i danni di Chelyabinsk è stata generata tra i 25 e i 30 km di altezza. E i frammenti caduti nel lago di Cherbakul sono stati stimati in 200-500 kg.

Nuovi dati che, ad una decina di giorni dall’evento, fanno un po’ di chiarezza. Di certo, poteva essere una catastrofe. Per il professor Longo, Chelyabinsk è stata una “Tunguska” in miniatura. Da anni l’esperto studia il maggiore evento esplosivo di origine cosmica della storia recente nelle vicinanze della Terra. La mattina del 30 giugno del 1908 un corpo celeste – asteroide o cometa – esplose a 5-10 km dalla superficie terrestre sopra la Siberia, abbattendo decine di milioni di alberi della taiga. Un impatto devastante, avvertito anche a 1000 km di distanza.

“Anche in quel caso un corpo cosmico in arrivo si disintegrò nell’atmosfera, liberando una quantità di energia enormemente superiore a quella della bomba di Hiroshima”, spiega Longo. “Una decina di giorni fa, a Chelyabinsk, i danni sono stati inferiori per le dimensioni più ridotte del corpo cosmico, ma la dinamica è molto simile”.

Non si tratta però di eventi sempre più frequenti: “oggi siamo semplicemente più bravi ad accorgercene e ad interpretarli grazie alla moderna strumentazione scientifica”. Un programma internazionale, Spaceguard, censisce le orbite dei corpi cosmici che potrebbero in futuro colpire la Terra. “Nel caso di Chelyabinsk, però, l’oggetto non era censibile perché le sue dimensioni erano troppo piccole rispetto a quelle che Spaceguard rileva solitamente. In più proveniva dalla direzione del Sole, quindi non poteva essere visto con largo anticipo”, dice Longo.

Di oggetti potenzialmente pericolosi per la Terra se ne identificano un centinaio l’anno. La chiave potrebbe essere quella di potenziare l’attività di ricerca di Spaceguard, permettendogli di osservare anche corpi di dimensioni inferiori al chilometro. Si stima che il corpo cosmico di Cheliabinsk avesse dimensioni fra i due ed i 20 metri. “Per individuare oggetti simili occorrerebbero stanziamenti molto superiori a quelli attuali. Ma in una ventina d’anni si potrebbe avere un quadro abbastanza completo della maggioranza dei corpi potenzialmente pericolosi, anche se la situazione non è mai statica, ma in evoluzione”, conclude il professore.








(fonte: puntowebs.altervista.org)

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